Ridisegno gli oggetti anche fino alla loro sparizione. Ne ridisegno forma e volume fino a ridurli a geometrie piane di pochi millimetri di pelle e a volte lo faccio semplicemente perché non mi piace lo stato iniziale dell’oggetto che polverizzo.
In una serie di passaggi lenti e ripetitivi muovo la materia da una parte all’altra, la metto a parete e, nel farlo, saturo prima la porosità della superficie che ospita e poi, strato dopo strato, sparo il pulviscolo metallico sul muro fino ad ottenere una superficie regolare e compatta.
Guardo il materiale evaporare da un lato e riunirsi subito dopo di fronte, proprio lì dove lo sparo. Come un tatuaggio edile s’incarna a parete e diventa indissolubilmente parte dell’edificio. Da quel preciso istante s’innesca una lenta maturazione del lavoro che si manifesta nel progressivo, inizialmente repentino, cambiamento cromatico dovuto all’ossidazione del metallo.