All’orario stabilito mi presento all’ingresso principale dal quale si accede al cortile dell’Accademia di Belle Arti di Verona. Non entro ma rimango sullo zenith del portone con i piedi né dentro né fuori. Occupo la linea del raffreddatore duchampiano, quella che separa il regno del femminile da quello del maschile. La non zona. Bisbiglio sommessamente una frase all’orecchio di chi mi sta davanti, torno sui miei passi e me ne vado. Come in un telefono senza fili, una frase passa di bocca in orecchio fino a raggiungere l’ultimo della fila. Colei che per ultima riceve il messaggio e lo traduce pittoricamente in immagine. Nessuno saprà mai se il messaggio iniziale sarà lo stesso che ha raggiunto l’estremo opposto. Esattamente ciò che accade nelle dinamiche tra professore e studente.
Nel mio ultimo giorno di servizio ho condiviso con i miei studenti un progetto che ha segnato la mia uscita di scena e mostrato la direzione di chiunque voglia diventare un autore. Il percorso di chi guarda avanti nella ricerca di una propria identità.
La riuscita del progetto dipendeva dalla presenza di un numero minimo di sessanta studenti tale da coprire i sessanta metri che collegavano il portone d’ingresso e il laboratorio di Pittura. Ognuno di noi ha scoperto all’ultimo minuto che quel numero di presenze c’era ed ha reciprocamente reso possibile la realtà dell’evento.