Le Antimateria del 2008 sono il risultato plastico di una frammentazione fotografica. Le stesse immagini che mi ritraggono mentre libero in aria un oggetto metallico tradotto in polvere vengono scomposte in tessere quadrate che coprono individualmente la faccia di un piccolo cubo. Le sei tessere necessarie a coprire un cubo non sono consequenziali e in relazione tra loro ma pescate random nel mucchio. Il numero totale dei cubetti equivale ad un’intera singola foto disposta in geometria molecolare anziché, come d’abitudine, sul piano. La struttura che ne risulta ripete la natura originaria della materia inizialmente polverizzata e liberata in aria per poi ricomporsi nella geometria delle forme che animano le opere.
Come delle ragnatele, queste geometrie molecolari si aggrappano allo spazio cercando i punti meno frequentati dallo sguardo e fuori portata rispetto alle attività umane.
Forme timide e riservate, le ritroviamo compresse agli angoli e ancorate al soffitto obbligandoci a vederle naso all’insù. Leggere e antigravitazionali, non cedono ad una superficie d’appoggio per collocarsi ma cercano l’alto come farebbe un palloncino sfuggito di mano.