Giovanni Morbin
Ibridazioni:
...Giovanni Morbin, che opera da alcuni anni tra il Veneto e la Slovenia, ai margini geografici ed economici del sistema dell’arte. Le sue performances, definite dall'artista "ibridazioni", pongono il problema della comunicazione in modo radicale, allargandone il concetto, cioé, dagli esseri umani a tutti gli esseri animati, e persino a quelli inanimati, come ad esempio un edificio. Nella seconda ‘ibridazione’ (Bodybuilding, Lubiana, 1997), era appunto una vecchia casa l’interlocutore di una possibile ‘comunicazione’: ibridando il proprio corpo con la massa dell’edificio - in concreto, facendosi murare parte del braccio in una parete, per la durata di otto ore - l’artista provvedeva quest’ultimo di un’appendice senziente, o, se si capovolge il punto di vista, dotava se stesso di un nuovo e massiccio ‘corpo’ inorganico. La terza ‘ibridazione’ avveniva invecie con un vegetale: alla presenza di pochi testimoni, l’artista mangiava della lattuga che nelle settimane precedenti aveva irrigato con acqua mista a un pò del proprio sangue, riportando così a sé, trasformato della potenza vegetativa del suolo, il fluido vitale.
Seccamente antispettacolari, anche quando comportano un certo grado di durezza fisica, e sfortemente simboliche, le appartate azioni di Morbin riportano alla mente le tesi panteistiche rinascimentali, o le teorie romantiche sulle analogie tra i regni della natura: la sua idea di “Superficie Totale” (questo il nome scelto per l’insieme dei lavori) è quella di un tessuto continuo, nel quale gli esseri sono distinti ma non separati. Una nozione che trascende gli esseri umani, ma naturalmente non li esclude.
La sua prima performance, infatti, aveva per interlocutore diretto il pubblico: gli spettatori erano stati stipati e rinchiusi in una piccola cella dell’ex carcere militare di Lubiana insieme all’artista, che intratteneva con essi - fino a quando la sopportazione fisica e psicologica di tutti lo concedeva - un dialogo sul concetto di libertà, che la privazione reale di quest’ultima rendeva drammaticamente teso (Free-Dom, 1995)...”

Simone Menegoi, “In someone else’s skin”, Activa n°19, gennaio 2000